La Supervisione: teorie e metodologie
Durante il mio percorso formativo, mi sono interessata ed ho approfondito l’area della supervisione del lavoro clinico sia con adulti sia con bambini e adolescenti. Ho partecipato a giornate di supervisione di gruppo con supervisori italiani e stranieri, ho osservato e sperimentato, partecipando in prima persona, tecniche e modalità diverse. Ho apprezzato stili professionali e personali diversi, anche di approcci differenti, tutti finalizzati a sostenere il terapeuta nello sviluppo delle competenze professionali: tra questi, il quadro di riferimento che utilizzo per organizzare il mio approccio alla supervisione in campo clinico è quello dell’Analisi Transazionale.
Definisco la supervisione un rapporto bilaterale contrattuale che favorisce la crescita professionale e personale, l’autonomia e la sicurezza del terapeuta supervisionato (Cornell, 1994).
In accordo con le osservazioni di R. Erskine (1982), il primo principio che osservo affinché la supervisione sia efficace, è adattare il mio approccio di supervisione alla fase individuale di sviluppo professionale.
Nello stadio iniziale del training, lo scopo della supervisione è la conquista delle informazioni, lo sviluppo delle abilità di osservazione e la correlazione di queste osservazioni ad un struttura teorica (ad esempio gli Stati dell’Io, il sistema ricatto, il copione, ecc.) per pervenire ad un piano di trattamento significativo. Può essere necessario dare molte informazioni teoriche e tecniche prima che il trainee abbia una comprensione completa di come utilizzarle nella pratica clinica; in questo primo livello cerco di valorizzare i punti di forza del terapeuta e individuare le aree su cui è necessario ancora soffermarsi. Cerco di capire se alcune difficoltà del trainee potrebbero essere il risultato di una terapia inadeguata su se stesso, di una mancanza di informazioni o capacità che richiedono altri insegnamenti, di una mancanza di sicurezza per inesperienza, o di una combinazione di alcune di queste ragioni. Lavoro con il trainee perché impari dai suoi errori e sviluppi nuovi piani di trattamento. A tal fine ascolto con molto interesse anche i nastri delle “peggiori” sessioni di terapia.
Con terapeuti più esperti, ad un livello intermedio, il mio obiettivo è quello di costruire un’identità professionale e un senso interno di sicurezza: mi soffermo sulla fiducia nelle abilità di usare le informazioni che il terapeuta già possiede per ridurre al minimo la limitazione che egli potrebbe operare sul proprio potenziale. In questa fase potrebbero emergere informazioni sul copione di vita del trainee, da riprendere nella terapia personale. Mi soffermo inoltre sull’analisi delle dinamiche di transfert e controtransfert, sull’utilizzo dell’empatia per fare contatto con la propria esperienza interna e con l’unicità dell’esperienza del cliente. Pongo attenzione anche al processo parallelo tra terapeuta e cliente e tra terapeuta e supervisore per cui il problema tra il paziente e il terapeuta viene agito tra terapeuta e supervisore.
Nella supervisione ad un livello avanzato, un importante obiettivo è di rendere efficace il piano di trattamento a lungo termine che riguarda il lavoro profondo di cura del copione. Uso lo studio intensivo del caso per pervenire a un’analisi della struttura di personalità, del sistema ricatto e del copione; cerco inoltre di favorire l’autosupervisione da parte del terapeuta. Il modello operativo che seguo, si basa in larga parte sulla checklist proposta da Petruska Clarkson (1992) nel suo saggio sulla psicoterapia analitico-transazionale, aggiornata da Mazzetti (2012):
- Realizzazione del contratto: stabilisco innanzitutto un contratto con il trainee su ciò che chiede nella supervisione, evitando un contratto troppo rigido e lasciando flessibilità di commento su altre rilevanti osservazioni che potessero emergere. Vedo nel contratto una procedura di comprensione e di esplicitazione bilaterale (da parte del trainee e da parte del supervisore) dei bisogni e degli obiettivi della persona supervisionata.
- Identificazione dei punti chiave: identifico dei punti chiave nella richiesta di supervisione con attenzione alle possibili aree di svalutazione, anche con riferimento alla matrice di svalutazione degli Shiff (975).
- Contatto emotivo con l’allievo: favorisco un efficace contatto emotivo con il terapeuta supervisionato, cerco di sintonizzarmi con i suoi vissuti emotivi, distinguendo i vissuti controtransferali da quelli non controtransferali (dialogo interno che l’allievo ha tra sé e sé o vissuti transferali verso il supervisore).
- Protezione: mi assicuro che l’allievo e il paziente siano attentamente protetti, soprattutto nelle prime fasi di formazione dove ci potrebbe essere una sottovalutazione dei pericoli per i pazienti.
- Aumento delle direzioni di sviluppo: Promuovo la crescita a breve e lungo termine del collega in supervisione, affinchè la sua supervisione si concluda con prospettive di sviluppo per il caso specifico e con direzioni di crescita a lungo termine da seguire.
- Consapevolezza e utilizzo del processo parallelo: sono a conoscenza dello sviluppo del processo parallelo e di possibili processi di transfert nel rapporto di supervisione (Cassoni, 2004).
- Relazione paritaria: il valore fondante del mio agire è l’Okness!
Pongo enfasi sui fattori della supervisione appena citati, seguendo le indicazioni di Mazzetti (2012), a seconda dello stadio di sviluppo del terapeuta in formazione: pongo attenzione crescente al processo parallelo e al contratto, ad esempio, considerando che il terapeuta supervisionato sia principiante, intermedio o esperto.
Considero infine l’importanza del confine tra il processo di supervisione e il processo di terapia: mi pongo come obiettivo di permettere al supervisionato di identificare come il proprio modello di pensieri, sentimenti e comportamenti possa influenzare la terapia, e sia dalla stessa influenzato. Non affronto i problemi presentati né promuovo un cambiamento, ma invito il terapeuta ad essere consapevole e a trattare liberamente in terapia quanto emerso durante la supervisione.
A mia volta osservo l’importanza della mia esperienza clinica come psicoterapeuta. Ritengo che la qualità di un supervisore sia strettamente correlata alla sua competenza terapeutica.





